Navigli milanesi: il ‘fascino’ dei secoli

Naviglio Grande a Milano, credits Eugenio Bersani
Naviglio Grande a Milano, photo credits Eugenio Bersani

Tra ‘vecchi’ milanesi in via d’estinzione e ‘nuovi’ milanesi che negli occhi e nel cuore hanno ancora panorami dei loro luoghi d’origine, forse non è poi esercizio del tutto sterile ricordare – sia pure in sintesi – perché i canali di Milano, i famosi Navigli con l’altrettanto celebrata Darsena, rivestano un interesse notevole anche per i nuovi arrivati . Milano, se si eccettua il Lambro e l’Olona, fiumi minori che oggi scorrono in gran parte sotto la città, non ha mai avuto un fiume degno di questo nome. Però ha avuto ed ha ancora i Navigli che la collegano al Ticino a ovest e all’Adda a est. Nei secoli che hanno visto il dominio su Milano  e nel contado dei Torriani e degli Sforza, la città si è dotata di una vasta rete di canali navigabili per le merci e di altrettanti per l’irrigazione dei campi. A Milano poi c’era la famosa ‘fossa interna’ che Frate Bonvesin de la Riva descrive così: ‘…forse che vi si trovano paludi o acque putride, che corrompono l’aria con le loro nebbie e i loro fetori? No di certo; vi si trovano invece limpide fonti e fiumi fecondatori’. Bonvesin va poi nei dettagli nel descrivere il ‘Fossato’ che giudica di sorprendente bellezza e larghezza, in cui guizzano i pesci e saltellano i gamberi. Preciso e quasi pignolo come d’abitudine, il frate informa che tra la Quaresima e San Martino (in pratica, durante l’intero anno) ogni giorno Milano divora oltre sette ‘moggi’ di gamberi; ogni moggio equivale otto ‘staia’; il peso complessivo di queste abbondanti pesche è dunque pari a quello di un uomo di robusta costituzione: circa ottanta, novanta chili. La Darsena accoglie poi i prodotti della campagna, che a loro volta vengono smistati,  attraverso i canali e il naviglio interno, nel cuore della città.

Passano gli anni e poco per volta pesci e gamberi spariscono, ma altri milanesi, prima che negli anni Trenta del secolo scorso i Navigli vengano definitivamente coperti, ne indicano le ‘misure’, come ha fatto Giuseppe Codara: ‘…dal Tombone di San Marco alla Darsena di Porta Ticinese, si sviluppa per 5 chilometri e 283 metri. Ha sponde in muratura e la sponda esterna e sulla sinistra della corrente è munita di un parapetto in pietra dove lambe le rive della città, che servono anche di strada alzaia. Il fondo per gran parte fu, a spese della città di Milano, pavimentato in cemento’.

Naviglio pavese a Milano, photo credits Eugenio Bersani
Naviglio Pavese a Milano, photo credits Eugenio Bersani

Qualche altra curiosità storica. La ‘fossa’, dal Tombone alla Darsena, presenta sette metri di dislivello che vengono ‘pareggiati’ con l’aiuto di cinque conche o chiuse. Nel 1927 il percorso della cerchia interna è scavalcato da ventidue ponti, molti in muratura e un paio in cemento e persino alcuni in ferro (famoso quello delle Sirenette, ora ospitato nel Parco Sempione). La portata della corrente è di 4,29 metri cubi al secondo e i fondali variano da 80 centimetri a un metro e ottanta.

Statistiche e numeri aridi e senza senso? Non sembrerebbe proprio osservando – e non c’è milanese che non lo faccia con un po’ di rimpianto, le innumerevoli fotografie e le molte vedute pittoriche che nel corso degli anni hanno testimoniato la ‘vita’ dei navigli, della città e della campagna. Queste vedute hanno testimoniato la Milano di un tempo: case vecchie e palazzi signorili (specie quelli di Via Senato e Via Santa Sofia); i famosi barconi che trasportavano di tutto: sabbia e pietre per costruire, derrate alimentari, eccetera. Per non parlare dei milanesi ritratti in un momento storico: gli uomini con ampi pastrani le donne con gonne voluminose e cuffiette a coprire il capo. Scorci di una Milano scomparsa. La Milano dei bisnonni troppo spesso trattata con sufficienza e quasi snobbata, in omaggio a un non ben identificato bisogno di ‘cose nuove’. Che ora si trovano in ogni angolo della metropoli che, tuttavia, non vuole ignorare il proprio passato. Si parla spesso della ‘riapertura’ dei Navigli. Operazione nostalgica e forse fuori tempo, per le molte difficoltà pratiche che presenta. Sognare, per molti, non costa nulla. Per il momento possiamo accontentarci di avere rimesso a nuovo la Darsena, il bacino che accoglie le acque che arrivano dal Ticino, che vengono poi convogliate verso Pavia.

del ‘Columnist’ Federico Formignani | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

Caro lettore,

Latitudes è una testata indipendente, gratis e accessibile a tutti. Ogni giorno produciamo articoli e foto di qualità perché crediamo nel giornalismo come missione. La nostra è una voce libera, ma la scelta di non avere un editore forte cui dare conto comporta che i nostri proventi siano solo quelli della pubblicità, oggi in gravissima crisi. Per questo motivo ti chiediamo di supportarci, con una piccola donazione a partire da 1 euro.

Il tuo gesto ci permetterà di continuare a fare il nostro lavoro con la professionalità che ci ha sempre contraddistinto. E con lo stesso coraggio che ormai da 10 anni ci rende orgogliosi di quello facciamo. Grazie.