Le ‘parole’ del Ghetto di Venezia

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L’anno che stiamo vivendo (2016) corrisponde al cinquecentesimo anno di vita del Ghetto Ebraico veneziano, che ha avuto origine nel 1516, come è stato ampiamente ricordato dai vari media. Gli ebrei giungono in Italia in epoche diverse e da differenti aree geografiche. Nei primi secoli dell’era volgare arrivano dalla Palestina e dal levante in genere, stanziandosi principalmente a Roma e nell’Italia meridionale; sono i cosiddetti ‘italiani’, di rito italiano. Una seconda ondata immigratoria proviene dalla Spagna (ebrei ‘sefarditi’, di rito spagnolo) a seguito dell’editto di espulsione di Ferdinando il Cattolico (1492). Un terzo considerevole gruppo arriva dal centro Europa, a seguito delle persecuzioni (Germania e Polonia in particolare) e sono gli ‘ashkenaziti’, di rito tedesco. Il ‘ghetto’ ebraico di Venezia (in veneziano: Geto) nasce per decreto il 29 marzo del 1516 e si colloca nella zona detta Fonderia Nuova, situata fra San Geremia e San Gerolamo. Uno studio pubblicato nel 1979, curato da Umberto Fortis e Paolo Zolli, testimonia come la parlata veneziana abbia assorbito e integrato, attraverso il filtro dei secoli, una grande quantità di parole e modi di dire della lingua ebraica; particolare questo già messo in evidenza da Leon da Modena nella sua Historia de gli riti hebraici (Parigi, 1637): ‘la plebe procura solamente conformarsi con le genti del luogo ove habita, frapponendo qualche parola Hebraica corrotta nel ragionar tra di loro’.

 Gli apporti lessicali dell’ebraico alla parlata veneziana fanno riferimento anzitutto ai nomi delle feste, delle cerimonie, dei termini liturgici. Chipur (digiuno), Purìm (festa delle sorti e, col tempo, dell’antisemitismo) Séfer (rotolo della Torà) e molti altri ancora, sono universalmente noti e quindi presenti anche nei diversi dialetti delle comunità ebraiche d’Italia (Venezia, Livorno, Ferrara, Modena, Roma ecc.). Nei quasi tre secoli di vita del Ghetto veneziano (1516-1797) la parlata popolare, per i continui vicendevoli scambi, si arricchisce in maniera notevole, oltre che di termini liturgici e di altri in tutto simili all’ebraico, anche di parole il cui significato viene ‘ristretto, allargato, modificato, rivelando spesso una spiccata tendenza alla connotazione allusiva e faceta’ (Zolli). Ecco allora che troviamo termini quali Rofè (medico) che per accostamento paretimologico scherzoso diviene ‘ruffiano’. Manzèr (bastardo) viene impiegato col significato di ‘prepotente, cattivo’; Berìd (patto, in particolare quello riferito alla cerimonia della circoncisione) diventa il ‘membro’ virile, così come la parola ebraico-veneziana Tevinà (fico) indica l’organo femminile della riproduzione. Ancora un paio. Pigùl, letteralmente ‘rifiuto, elemento impuro’, significa ‘piccolo, persona da niente, nullità’, mentre la Masevà (lapide, pietra monumentale) è parola usata metaforicamente per definire un individuo ‘noioso, pesante, insopportabile’!

Alcuni termini sono scomparsi, altri – specie fra gli anziani – resistono ancora e sopravvivono nei modi di dire adattati alle realtà ambientali e del vissuto della popolazione. Dall’ebraico Hămō(w)r (asino, ignorante) e dal veneziano hamòr deriva la frase ‘ai hamorim no ghe piaze i conféti’ (agli asini non piacciono i confetti) detto di chi non sa apprezzare ciò che è buono, di chi non si accontenta. Curiosa è l’espressione veneziana ‘che ghe vegna la chelalà’; in ebraico Q(ĕ)lālāh sta per ‘maledizione’; spesso l’augurio non nasconde una punta di malignità; inoltre, a causa del gioco di parole tra chelalà e quela là, può indicare l’organo femminile, per cui va in chelalà corrisponde al ben noto veneziano và in mona! Parole, frasi, motti, sentenze, che sarebbe interessante poter approfondire per meglio comprendere, in tutte le sue sfumature, quale notevole apporto di vita e di cultura la civiltà ebraica abbia dato nel tempo alla vivacissima comunità veneziana. Due vocaboli, più di altri, lo testimoniano: il primo è hasèr (Ghetto) dall’ebraico Hātzēr (cortile). A una ipotetica domanda: ‘cosa se dize ciò, del fato in hasèr?’ (cosa si dice del fatto, dell’avvenimento, nel Ghetto?), si potrebbe rispondere che non vi saranno mai più ‘ghetti’ e nessuno sarà costretto a rispolverare il vocabolo galùd (diaspora); in ebraico Gālūth sta per ‘esilio’, quella condizione umana di lontananza dalle proprie radici, dalla propria terra, che tutti gli ebrei del mondo conoscono fin troppo bene.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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