Arriva la ‘Settimana del disarmo’

settimana-del-disarmoCi fosse ancora il buon Mike televisivo, verrebbe da esclamare cum magno gaudio: Allegria! Questo Libertas dicendi esce venerdì 21 ottobre; la settimana in questione va da lunedì 24 a domenica 30, sempre di ottobre. Mese fortunato questo; non si capisce bene perché, ma il consesso internazionale ha giudicato degno di commemorare – e con un’intera settimana – un avvenimento che se fosse anche parzialmente vicino ad essere realizzato farebbe piangere di gioia l’intera umanità. Ma l’umanità ha comunque motivo di piangere, per opposti motivi, perché quello delle armi nel mondo è un problema e insieme una tragedia di difficile se non addirittura impossibile soluzione. Si dirà: non c’è niente di impossibile; basta volerlo. E qui sta il punto dolente: a parole, tutti condannano; con i fatti, tutti si fanno gli affari loro. E proprio di affari si deve parlare, perché il ‘mercato’ della compravendita di armi è globale che più globale non si può. Copre tutti e cinque i continenti – forse la sola Antartide si salva – e riguarda la totalità o quasi dei Paesi del mondo. Cosa viene ‘commercializzato’? Sistemi di difesa, missili, bombe nucleari e non, aerei, elicotteri, satelliti di ricognizione, navi. Più armi di tutti i tipi e per ogni ‘nefasta’ esigenza. Somme di denaro allucinanti che se, fossero spese bene, allevierebbero sin quasi ad azzerare le carestie, le malattie e le condizioni di vita sulla Terra.

Diamo allora un’occhiata ai dieci paesi più ‘produttivi’ del mondo, in fatto di vendita di strumenti bellici. I dati più aggiornati si riferiscono all’anno 2014 (studio della Sipri: Stockholm International Peace Research Institute) quindi abbastanza recenti Non sono ancora ufficializzati quelli relativi all’anno scorso che, con tutta probabilità, tenderanno ad aumentare ulteriormente. Gli Stati Uniti dominano la classifica con una ‘vendita’ complessiva di 10.194 milioni di dollari, seguiti dalla Russia con 5.971, dalla Francia (1.978), dal Regno Unito (1.704), dalla Germania (1.200), dalla Spagna (1.110); segue al settimo posto, sorprendentemente, la Cina con un introito di ‘soli’ 1.083 milioni di dollari, seguita da Israele (824), Italia (786) e Ucraina (664). Ma a chi vendono armi questi paesi? I principali acquirenti degli USA sono l’Arabia Saudita, l’India, la Turchia e Taiwan; l’Italia è al 18mo posto nell’acquisto di armi dagli States. Per la Russia il primo acquirente è l’India, quindi la Cina, seguita da Iraq e Afghanistan, paesi che avrebbero bisogno di tutto meno che di armi. La Francia, terza nelle vendite, ha come maggior acquirente il Marocco, seguito dalla Cina, dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. I cugini d’oltralpe sono molto attivi nei paesi del Golfo. Restano Regno Unito e Germania. Gli europei della Brexit vendono all’Arabia Saudita e all’Indonesia; un’Asia vicina e una lontana, per la par condicio. La Germania, infine, vanta un cliente privilegiato nella Polonia; il secondo acquirente è ancora l’Indonesia, seguita da Grecia (pagherà con i ‘prestiti’ avuti dalla Comunità Europea?) e dagli Emirati Arabi Riuniti.

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Tra chi ‘spende di più’ per l’acquisto di materiale bellico abbiamo, come sempre in testa, gli Stati Uniti, seguiti da Cina, Russia e Arabia Saudita; l’Italia è al dodicesimo posto, mentre occupa, come abbiamo visto, il nono posto per le vendite. Si può concludere questa ‘dolorosa’ statistica di soldi moralmente male impiegati, esaminando, dulcis in fundo, quali siano le spese dei paesi che sono attualmente in guerra, lasciando ogni considerazione etica al lettore, soprattutto per il fatto che è denaro che andrebbe speso per alleviare le sofferenze di chi, in questi paesi, vive. Una piccola considerazione: l’Italia, da un paio d’anni, non vende armi ai paesi belligeranti, eccezion fatta per la Libia (tre milioni di dollari) oggi ‘porto’ di partenza dei migranti. L’Iraq ha importato armi da Russia e Stati Uniti in primo luogo; quindi da Iran, Bulgaria e Germania. La Nigeria si serve nei supermarket di Cina, Russia e USA, mentre la Siria è un caso a se: nel 2013 ha speso 361 milioni di dollari, ridotti solo a 10 milioni nel 2014; fornitore esclusivo, l’Iran. La Libia, come detto, ha comperato solo da Italia e Canada, in misura molto minore rispetto agli anni precedenti. Cosa dire, alla fine di queste incredibili statistiche. In primo luogo chiedersi perché sia stata messa in calendario la ‘Settimana del disarmo’. In secondo luogo augurarsi che, a livello internazionale, serva davvero a qualcosa, con la buona volontà di tutti. Spes ultima Dea; non è così che si dice, in questi casi?

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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