Archeofrutta. Che bontà!

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Limitiamoci alle pere e alle mele, tra i frutti più diffusi e consumati oggi in Italia. Si entra in un supermarket qualsiasi e nel reparto frutta si trovano tre tipi di mele (golden, stark, Rome beauty)  oltretutto con nomi stranieri, Roma a parte; si cambia frutta e per le pere le qualità sono ancora tre: abate, williams e conference. Qui, se non altro, rimane un italianissimo ‘abate’, che fa tanta tenerezza. È mai possibile che le ‘varietà’ si riducano a questo? Quando è tempo di ciliegie troviamo le Vignola; se vogliamo l’uva c’è quella detta Regina. Le arance sono solo sanguinelle o tarocco. Tutta frutta che va bene, sia chiaro; ma in tempi di mercato ‘globale’ c’è poi la sorpresa di scoprire che l’origine non è sicuramente italiana. La concorrenza è forte: dalla Spagna, dalla Grecia, dai paesi del Nord Africa. Un capitolo a sé riguarda poi la frutta che arriva decisamente ‘fuori stagione’ e che richiede l’accensione di un mutuo per acquistarla: uva, arance, frutti di bosco, prugne, eccetera, che arrivano dal Sud America, dalla Nuova Zelanda, dall’Africa meridionale e chissà da quali altri esotici territori. Poi si scopre – da chi è vecchio e ricorda, per aver letto articoli che ne parlano, per un desiderio autonomo di andare al fondo delle questioni – che esistono diversi produttori in Italia (Piemonte, Veneto, Emilia, Toscana, Umbria e numerose regioni del meridione) che recuperano con amore, selezionano, seminano o innestano, diversi tipi di frutta un tempo comune sulle italiche tavole e oggi pressoché scomparsi per i più svariati motivi, globalizzazione ed esigenze di mercato in primis. Vogliamo farci bene al cuore? Diamo una rapida scorsa per scoprire di quali frutti stiamo parlando.

Cominciando proprio dalle mele, alle quali seguiranno le pere. Di buon auspicio e la mela di maggio; promette bene perché si va verso la bella stagione. Nel piacentino c’è il pum salam (mela salame) che incuriosisce, seguita da due mele (a muso di bue e a culo d’asino) che saranno senza dubbio poco estetiche, ma sicuramente gustose. Nelle Marche stanno recuperando la mela uncino, un frutto dolce, figlio di un albero dimenticato da tempo. Altrettanto dicasi per la mela limoncella del Molise: è una mela che fiorisce tardivamente, resiste al freddo e si conserva a lungo; ma è nota e poco consumata nella stessa regione che la produce. Passiamo alle pere. Tra bassa Toscana e alta Umbria o dell’alto Tevere, vengono coltivate alcune pere caratteristiche per forma e bontà: la pera fiorentina, la carovella; un po’ più in su, tra le colline del cesenate, troviamo la pera briaca, mentre scendendo nelle Marche c’è la pera palombina. Molto antico è la pera da sidro che si trova nel Friuli, dalla quale si ricava il famoso succo. Nel Veneto scopriamo il pero festaro, mentre ricca è la varietà di pere che vengono coltivate in Emilia: nel piacentino, oltre al già citato ‘pum salam’, c’è la pera nigrèr, quella rusèt e la pera limone; a Reggio Emilia domina la pera delle garapine, che si accompagna alla pera spalèr. Tipica di Modena è la pera ravignana, mentre a Rimini domina la pera zucca. Scendendo lungo la penisola, altre pere ancora: la trentatrè in Abruzzo; la pera lardara in Campania, antichissima, fatta maturare in cantina, nell’acqua contenuta in un’anfora di terracotta. Per finire, tre pere pugliesi: la petrucina, la zammarino e la pera cocomerina.

 La ‘cavalcata’ finale tra la frutta da recuperare prevede alcune varietà di fichi: il brianzolo in Lombardia, il rondinino di Sansepolcro, il dottato nero (o fico della ‘goccia’) in Puglia, dove troviamo anche il fico abate a Lecce e il fico ricotta a Brindisi. A Cesena c’è la pesca bella mentre in Umbria troviamo la pesca sanguinella. Tra le uve, ecco la mora di Ravenna e la verdetto di Rimini. L’uva vecchia (di color rosa antico) è tipica della Toscana, mentre l’uva pergolese la si trova a Tivoli. In Sicilia c’è l’uva di Corinto, estinta in Grecia. Tre sono le arance antiche: la staccia della Basilicata, molto grossa e di forma appiattita, quella di Trebisacce in Calabria e l’arancia incannellata del foggiano. ‘Galòp’ finale con altri frutti di varia provenienza: la ciliegia marina della Puglia e quella limona dell’Umbria. Curioso è il limone incannellato che troviamo in Puglia e a Palermo; gustosa l’albicocca tonda di Tossignano (Bologna) e succoso il melograno grosso di Faenza (Ravenna). Per concludere, un assaggio di mandorla selvaggia pugliese e un morso voluttuoso alla susina scosciamonaca (coscia della monaca) da cercare (immagino) in un convento dalle parti di Città di Castello.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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