Storie di ponti. Dall’Oresund al Morandi

Anno Duemila. Primo anno di un nuovo secolo, addirittura di un nuovo millennio. Si respira ovunque aria di rinnovamento, voglia di novità, fiducia nel futuro, desiderio di poter assistere a breve alle mirabolanti realizzazioni che la scienza, dopotutto, promette. L’umanità è convinta che questo importante giro di boa del calendario cambi davvero l’esercizio ripetitivo del vivere umano. Non sarà così, purtroppo, perché sono gli uomini che fanno la storia e l’uomo, con le sue paure, silenzi, viltà, interessi – mai sufficientemente compensati dalle indubbie buone qualità che pure possiede – ricade negli errori di sempre: ripetitivi, scoraggianti, che conducono a un nulla corposo. E infatti l’anno dopo, solo l’anno dopo, assisteremo sgomenti alla tragedia delle Torri Gemelle di New York, il primo di numerosi altri nefasti avvenimenti, sparsi un po’ ovunque nel mondo. Ma oggi siamo nell’anno 2000 e mi è stata data la possibilità di assistere allo stato dei lavori e alla pre-inaugurazione di un’opera dell’ingegno umano che sarebbe stata inaugurata ufficialmente con l’inizio della bella stagione: per l’esattezza il 1° luglio, alla presenza dei Reali di Svezia e Danimarca; questa la data prevista per l’entrata in servizio del “collegamento” (tunnel e ponte) di Øresund (danese) o Öresund (svedese).

Arrivati a Copenhagen, i giornalisti vengono dapprima condotti a visitare la parte iniziale del tragitto che poco dopo l’aeroporto di Kastrup, lungo la strada europea E20, si infila nel tunnel sottomarino che emergerà nell’isola artificiale di Peberholm, per innestarsi poi nel lungo ponte strallato che raggiungerà la Svezia a Lernacken, poco a sud di Malmö. Il tragitto non è ancora percorribile nella sua interezza; ecco allora che dal molo dell’aeroporto ci imbarchiamo su una piccola nave-traghetto, firmata SAS (Scandinavian Air System). Il biglietto per il tragitto è di fatto un biglietto “aereo” Copenhagen-Malmö; solo che si prende la nave anziché l’aeroplano. Una volta approdati a Malmö, un pulmino ci carica e imbocchiamo il ponte percorrendolo sino alla parte centrale strallata, imponente e bellissima con i tiranti dei due piloni centrali, alti 203 metri e 50 centimetri, che brillano nel sole. Il resto del viadotto che conduce all’isola artificiale è chiuso, per gli ultimi lavori previsti; sotto l’autostrada, scorre una ferrovia a doppio binario. Questa meraviglia è costata circa tre miliardi di dollari, ma le due nazioni ne vanno giustamente orgogliose. In sede di commento con le autorità che ci accompagnano, è stato anche chiesto perché il ponte non sia stato edificato più a nord, dove l’Oresund tra Helsinborg (Svezia) e Helsingør (Danimarca) è molto più stretto. Semplice la risposta: per motivi politici e tecnici; il comune danese di Helsingör era infatti contrario a tutto il traffico che si sarebbe generato nella cittadina e poi perché in quel luogo il mare, profondo una quarantina di metri, aveva dei fondali che avrebbero creato difficoltà di tipo geologico. Una scelta finale, dunque, figlia di un ragionevole consenso transnazionale. Un ponte, l’Oresund, che durerà anni, tanti anni a venire e che già ora dispone di innumerevoli apparati di monitoraggio per verificarne di continuo lo stato di salute.

Guardando ora – verso la fine del 2018 – il panorama super fotografato e filmato del viadotto sul Polcèvera, crollato il giorno prima di ferragosto di quest’anno con le conseguenze che sappiamo e lungo il quale (ad occhio) è transitato il 60% degli italiani, è lecito porsi delle domande. Perché quando si “fa” qualcosa, da noi, non si pensa quasi mai a quanto durerà nel tempo? E dato per scontato (ma non troppo) che ogni lavoro sia stato eseguito con assoluta onestà d’intenti, perché non considerare che un ponte come il Morandi, col traffico mostruoso che da decenni sopportava, avrebbe avuto bisogno di controlli continui e “aggiustamenti” continui; addirittura avrebbe dovuto essere rifatto ex novo una decina d’anni fa? Perché, ancora, si è fatto un ponte con le case sotto, se non addirittura si sono costruite case quando c’era un ponte di quel tipo sopra la testa? Mille altre domande e continui vergognosi rimbalzi di responsabilità. Non andrà a finire bene, temo. Tutti chiedono un’immediata ricostruzione; c’è un progetto di ponte “regalato” da un genovese doc che in fatto di costruzioni se ne intende e ci dovranno essere i fondi necessari, ma tutto andrà per le lunghe per ripicche politiche, caratteriali, per miserrime convenienze e squallidi giochetti di potere. In mancanza del ponte di Messina (brividi d’orrore pensare ad una sua edificazione!) speriamo che il nuovo ponte genovese possa entrare a far parte della famiglia dei ponti mondiali destinati, come quello di Oresund, a una dignitosa vecchiaia.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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