Berlino: trent’anni senza Muro

Domani 9 novembre 2019, oltre ad essere per me un giorno di impegno promozionale (presento il mio libro nel vicino Piemonte/lombardo) è anche, e soprattutto, una ricorrenza che è già “storia”.

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Berlino, East Side Gallery, il pezzo di muro più lungo tra quelli rimasti intatti in città

Il 9 novembre di trent’anni fa“cadeva” il Muro di Berlino. Più che cadere – nella memoria le infinite fotografie e i numerosi filmati che tutti abbiamo visto – il Muro veniva aggredito, scalato, scavalcato, picconato, martellato, trapanato da una folla dapprima incredula, poi sorpresa, quindi elettrizzata e per certi versi allucinata: una folla sicuramente scossa da una frenesia a tratti persino scomposta. Naturalmente questi sentimenti contrastanti e imprevedibili – proprio perché il Muro appariva eterno – sono alla fine confluiti in una festa collettiva, anche se in molti dei partecipanti è rimasta l’impressione che quel convulso raggrumarsi attorno ai vari crolli del Muro nascondesse a fatica il timore di un ritorno improvviso dei VoPos (detti anche Grünen, verdi, dal colore delle divise) vale a dire i famigerati poliziotti che avevano la buona abitudine di sparare a vista contro quelli che tentavano la fuga verso l’altra parte libera di Berlino: francese, inglese e americana. Costruito dai primi anni Sessanta del secolo scorso, la complessa e talvolta tragica storia del Muro è sempre stata per tutti un insieme di curiosità che in molti hanno cercato di soddisfare: per come si vivesse dall’altra parte, per le notizie che ad intervalli regolari arrivavano sui tentativi di fuga, per il contrapporsi continuo ed esasperato dei due blocchi; quello occidentale e quello dell’universo sovietico.

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Berlino, il “bacio fraterno” tra i due segretari della DDR e dell’URSS, Honecker e Brèžnev

I “numeri” del Muro sono tantissimi; vale a dire le cifre che hanno creato questa anomalia geografica e umana durata troppo a lungo. Erano più di 150 i chilometri del Muro costruito che divideva in due parti Berlino; questo tragitto era presidiato da 186 torri d’osservazione che scrutavano, con i militari che contenevano, l’ovest dall’est, con lo scopo di impedire a chiunque la fuga, perché il semplice passaggio era sì consentito, ma era riservato a diplomatici o politici autorizzati, a pochi civili “selezionati” che spesso morivano d’inedia per i lunghi tempi d’attesa dei timbri e dei pass; infatti, erano più di 11.000 gli uomini a guardia del Muro: della Volkspolizei (Polizia del Popolo, VoPos) e dell’Esercito DDR (pronunciato alla tedesca: De-De-Err). Ma il controllo delle persone, nella Germania Democratica dell’est, non avveniva solo in prossimità del confine di Berlino. Tutto il paese era sotto stretta osservazione: oltre ai funzionari ufficialmente nominati ve ne erano tantissimi altri che vivevano una vita normale ma che fungevano da spie per la onnipresente STASI, una polizia speciale che ricalcava la temutissima KGB sovietica. In altre parole, ogni 60-70 abitanti della DDR c’era un “controllore” che riferiva alle autorità. Tempi duri, anzi durissimi quelli vissuti all’epoca del Muro: “Berlino è il testicolo dell’Occidente; per far urlare l’Occidente, stringo Berlino”; era quello che diceva Nikita Kruscev, dal Cremlino.

Foto di Andre Drechsel da Pixabay

Prima che Gorbaciov, con la sua perestroika (ricostruzione, ristrutturazione, di un regime, di uno stato) favorisse la caduta del Muro, nella vecchia DDR si sognava la fuga attraverso il famoso Checkpoint Charlie, che non era un omaggio a uno che si chiamava Carlo, ma era la terza lettera dell’alfabeto (A come Alfa, B come Bravo, C come Charlie). Eppure di fughe, audaci, fantasiose, se ne sono contate tantissime: con aerei ultraleggeri, in treno, in mongolfiera, con un tank lanciato verso il Muro che ha consentito la fuga a piedi dell’audace, ma ha trattenuto il carro armato nell’est; le due evasioni più inverosimili sono comunque state quella a bordo di un’auto cabriolet, passata sotto le sbarre del Checkpoint Charlie dopo aver sgonfiato le gomme ed eliminato il parabrezza e quella di un acrobata, certo Horst Klein, che ha passato il confine camminando su un cavo dell’alta tensione, naturalmente fuori servizio! Di questi tempi nella gente ex DDR e fra quelli “emigrati” nell’ovest, va di moda la ostalgie (nostalgia dell’est) quando l’uso dei jeans era tabù, quando si viaggiava esclusivamente in Trabant e si doveva aspettare quindici anni per averla, quando furoreggiavano la Vita-Cola più una marca di spumante e dei sottaceti; quando i bambini si entusiasmavano per le imprese di Sandmännchen (Sabbiolino) personaggio dei cartoni animati e i grandi per quelle della divina Katarina Witt, campionessa olimpionica di pattinaggio su ghiaccio. Oggi i miti della Germania unita sono comuni, ma l’amalgama completo è ancora di là da venire.

Libertas Dicendi n° 234 del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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