Una Pasqua, mille Pasque

Foto di Jörg Peter da Pixabay

Rapida occhiata allo specchietto retrovisore dell’auto ferma in garage da tre anni e qualche mese. Faccio finta di essere in marcia e di dare un occhio alla lunga teoria di auto in coda lungo una delle molte autostrade che circondano Milano; è sufficiente qualche attimo di riflessione per richiamare alla mente le molte feste di Pasqua del passato, insieme ai lunedì dell’Angelo (il termine Pasquetta non mi è mai piaciuto). Questo esercizio sterile si è materializzato grazie alla Pasqua appena trascorsa, quella del 12 Aprile del 2020. Che Pasqua è stata, intendo la mia e quella degli amici disseminati nella penisola e in altri Paesi? Anzitutto una Pasqua ben lontana dal motto che l’ha resa famosa (Natale coi tuoi, Pasqua con chi vuoi) dato che per almeno il 90% delle persone che conosco si è trattato di una festività passata fra le quattro mura domestiche per i motivi che ben sappiamo e che sono lontani dal poter essere considerati superati. Ad ogni modo, per quanto mi riguarda, la mia è stata una Pasqua serena: trascorsa con la persona che sarebbe stata presente anche nel caso fosse stato possibile spaziare in una cerchia di individui (conosciuti o meno) della Pasqua con chi vuoi. Per molti, non mi è difficile pensarlo, non sarà stata l’identica cosa. Anche nei nuclei familiari più collaudati ci saranno stati casi di insofferenza e malumore – specie per i più giovani – perché obbligati a sostituire la compagnia allegra e chiassosa degli amici con quella dei nonni, persino con quella dei genitori; che ti vogliono bene, certo, ma che rompono anche, con quella fissa delle “precauzioni” da adottare nell’intento di allontanare, debellare quel rompiballe di virus. Niente gite, brevi o lunghe, dunque; niente orari piccoli, pizzerie, serate in discoteca, spaghettate notturne; niente party affollati e niente improvvise e imprevedibili “amicizie” con gente che il giorno successivo è già dissolta nella memoria.Lo sanno tutti che la società attiva, prima che scoppiasse la pandemia mondiale, di fatto ricalcava la ipertrofica società del web: infiniti volti di uomini e donne che non dicono niente, se non per quella ristrettissima cerchia di “amici” selezionati e in seguito ignorati dagli abusi manipolatori di Facebook.

Però è bello, mi convinco alla fine, rivedere il filmino delle Pasque di un tempo: perlomeno quelle che ho vissuto, a varie età e in differenti contesti. In questo mi sorregge la memoria, prodigioso meccanismo naturale che si materializza ogni qualvolta lo si stimola. Suppongo che un esercizio del genere sia comune per milioni di individui, dappertutto. Nel mio caso, cominciamo da alcune Pasque giovanili: una gita d’oratorio al Pian del Tivano, sopra il lago di Como, a caccia di narcisi, con noi ragazzi a scapicollarsi per i prati, ignorando i fiori profumati destinati alla mamma. E un’altra Pasqua più triste: sul lago d’Orta, questa volta in compagnia di Don Edoardo, per il funerale di un nostro amico e compagno di giochi, morto di leucemia; il ricordo vivo e strano mi colloca nel pullman del ritorno, con il buon Don Edoardo che tenta di distoglierci dal clima di pesante tristezza proponendo dei cori; senza successo. Una terza Pasqua giovanile: un’allucinante partita di calcio a Lugano (tutto l’incontro sotto l’acqua e in mezzo al fango) tra la mia squadra milanese e quella dei giovani del luogo: un incontro di fatica e di calcioni; però, amichevoli!

Foto di nicolaluisa da Pixabay

Più avanti negli anni: una romantica Pasqua veneziana con fidanzatina (andata e ritorno in giornata) in funereo abito scuro, camicia bianca e cravatta, a sospirare sul Ponte dei Sospiri e a soffrire per i primi caldi. Altra Pasqua a Trieste, nel grande ristorante della Birreria Dreher; cibi forti e birra a profusione, con i brindisi e i cori stonati di italiani, sloveni, croati, tedeschi; prosit! Poi una cena di addio al celibato di un mio cugino (il giorno dopo il matrimonio) in un casone delle Valli di Comacchio: anguille alla brace e trebbiano di Romagna fresco. Non sono alla fine mancate anche due Pasque internazionali. La prima a Siviglia per la Settimana Santa: cortei colorati, uomini e donne su cavalli impennacchiati, una gran folla e le funzioni religiose nella splendida Cattedrale, a sua volta protetta dall’imponente Giralda. L’ultima gita pasquale della memoria ha per teatro Dublino: una colazione al tramonto,con l’amore della mia vita, sulla terrazza della Birreria Guinness. Pane tostato e imburrato, delicato salmone e birre speciali, con negli occhi altri occhi e il rincorrersi di candide nuvole.

Libertas Dicendi n° 257 del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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