Amore lombardo e amore italiano

Nel momento esatto in cui succede qualcosa di insolito, imprevedibile, o addirittura eccezionale, ecco che la gente sclera (Covid o non-Covid) in un delirio di assembramenti, abbracci, pacche sulle spalle (esagerando); in qualche caso va oltre l’esagerazione, arrivando persino a pestarsi con impegno. Si potrebbe quindi pensare che – al di là dell’avvenimento – c’è un reale bisogno di vicinanza dopo i mesi di solitudine della chiusura (parola di riserva di lockdown); si intuisce che esplode qualcosa all’interno dei nostri corpi: forse uno stimolo naturale che fa desiderare il contatto fisico tra le persone, primo passo verso l’innamoramento, temporaneo o definitivo a seconda delle circostanze.

In altre parole, si tratta di “amore”, in tutte le salse e in tutte le lingue, a cominciare dal dialetto milanese e lombardo, non sempre “manovrato” con la perizia e l’affetto che una conoscenza approfondita richiederebbe; ma si sa, in un mondo di inglese arrembante fa fatica addirittura l’italiano a sopravvivere. Torniamo all’amore! Il verbo amare, nei dialetti lombardi, non esiste; si dice vorè bén; c’è anche l’amór, si capisce, ma è qualcosa di più profondo ed integrale, sia in senso affettivo che fisico. Per quanto riguarda i rapporti tra uomo e donna, i dialetti lombardi partono da una serie di espressioni che in un certo senso sono meno ricche rispetto a quelle italiane, ma che tuttavia finiscono per essere precise, quasi illuminanti: parlà a vün, a voeuna, insieme a dì sü di parólldólz, precede di poco quel ciapà ‘nascüfia (cotta) presaga di ben più concreti approcci. Infatti il bén, l’amór, la passión, portano le donne a fà la scigüètta (civetta) e gli uomini a fà el gingìn, el gingèla (il cascamorto). Da qui, arrivare a limónà, rüscà e quindi fa l’amór in senso biblico, è un susseguirsi di eventi scontati e prevedibili.

Ma anche la lingua non scherza! In un articolo pubblicato nel 1948 su Lingua Nostra, un filologo ha elencato una serie di frasi e di espressioni di rimpiazzo ai noti verbi filare e flirtare (notoriamente di matrice inglese, questo). Si comincia col dire paroline dolci, intendersela, frascheggiare, civettare, vagheggiare, fiorellare, fino al desueto dameggiare e si scopre che l’uomo, in un crescendo rossiniano, fa il galante, l’asino, il cascamorto, l’Amleto, il patirai, mentre la donna, molto più semplicemente, fa la svenevole.

Insieme, superati i primi imbarazzi e rossori, continuano a limonare, pomiciare e anche lepegare (perlomeno, quelli di Genova) verbo questo la cui radice si ritrova nel trentino lipegàr (scivolare e, per traslato, corteggiare in modo untuoso, raggirante). Il far l’amore finale, completa l’iter del corteggiamento. Ora ci sarebbe da prendere in considerazione i molti, moltissimi termini (in dialetto e in lingua) con i quali vengono indicati gli organi della riproduzione dei due sessi.

Argomento che non dovrebbe offendere un lettore attento e consapevole, perché si tratta di parole vive da secoli, largamente impiegate e mai per volgarità; semplicemente, il popolo le ha fatte proprie con naturalezza. Lo ha ricordato la glottologa Nora Galli de’ Paratesi; i suoi studi sulle parole difficili non sono semplici elencazioni di vocaboli, ma approfondiscono gli aspetti storici e sociali in base ai quali certe espressioni, all’apparenza crude e forsa nche volgari, sono entrate nel parlato della penisola, pur se di fatto ostacolate o interdette in molti casi “dall’inconscio, dal pregiudizio, dal pudore e dalla convenienza”.

Parole proibite e metafore sessuali che ritroviamo (non è poi così sorprendente) in altre lingue e altri dialetti europei.Dal penis latino, a sua volta collegato al pásah sanscrito, derivano i lombardi ciólla, pirla e üsèll, la toscana bischero, la genovese belìn, la siciliana minchia (dal latino mentula, membro virile e mingere, orinare). Altri nomi dell’organo sono figli di parole che indicano oggetti a punta, bastoni a gambo, protuberanze, strumenti di lavoro o musicali, armi da fuoco, animali e vegetali; la fantasia non ha confini! L’usatissimo e onnipresente cazzo, pare sia collegabile alla parola toscana cazza (mestolo). Passiamo all’organo femminile, che i medici maschilisti del Seicento definivano “sconcio della donna”; ha un’origine naturale: dal latino cunnus (cavità). Molteplici le varianti in dialetto: la lombarda potta, la napoletana fessa, le romane fregna e sorca, la veneta mona e così via. Una cosa è certa: l’amore, in altre parole la vita, si nutrono dei corpi e dei contatti fra uomo e donna. Perché dunque negarne la fisicità e la naturalezza! Condizioni fisiche e mentali che si raggiungono nelle persone che vivono serenamente la vita loro assegnata.

Libertas Dicendi n° 268 del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

Caro lettore,

Latitudes è una testata indipendente, gratis e accessibile a tutti. Ogni giorno produciamo articoli e foto di qualità perché crediamo nel giornalismo come missione. La nostra è una voce libera, ma la scelta di non avere un editore forte cui dare conto comporta che i nostri proventi siano solo quelli della pubblicità, oggi in gravissima crisi. Per questo motivo ti chiediamo di supportarci, con una piccola donazione a partire da 1 euro.

Il tuo gesto ci permetterà di continuare a fare il nostro lavoro con la professionalità che ci ha sempre contraddistinto. E con lo stesso coraggio che ormai da 10 anni ci rende orgogliosi di quello facciamo. Grazie.