
Rapida occhiata allo specchietto retrovisore dell’auto ferma in garage da tre anni e qualche mese. Faccio finta di essere in marcia e di dare un occhio alla lunga teoria di auto in coda lungo una delle molte autostrade che circondano Milano; è sufficiente qualche attimo di riflessione per richiamare alla mente le molte feste di Pasqua del passato, insieme ai lunedì dell’Angelo (il termine Pasquetta non mi è mai piaciuto). Questo esercizio sterile si è materializzato grazie alla Pasqua appena trascorsa, quella del 12 Aprile del 2020. Che Pasqua è stata, intendo la mia e quella degli amici disseminati nella penisola e in altri Paesi? Anzitutto una Pasqua ben lontana dal motto che l’ha resa famosa (Natale coi tuoi, Pasqua con chi vuoi) dato che per almeno il 90% delle persone che conosco si è trattato di una festività passata fra le quattro mura domestiche per i motivi che ben sappiamo e che sono lontani dal poter essere considerati superati. Ad ogni modo, per quanto mi riguarda, la mia è stata una Pasqua serena: trascorsa con la persona che sarebbe stata presente anche nel caso fosse stato possibile spaziare in una cerchia di individui (conosciuti o meno) della Pasqua con chi vuoi. Per molti, non mi è difficile pensarlo, non sarà stata l’identica cosa. Anche nei nuclei familiari più collaudati ci saranno stati casi di insofferenza e malumore – specie per i più giovani – perché obbligati a sostituire la compagnia allegra e chiassosa degli amici con quella dei nonni, persino con quella dei genitori; che ti vogliono bene, certo, ma che rompono anche, con quella fissa delle “precauzioni” da adottare nell’intento di allontanare, debellare quel rompiballe di virus. Niente gite, brevi o lunghe, dunque; niente orari piccoli, pizzerie, serate in discoteca, spaghettate notturne; niente party affollati e niente improvvise e imprevedibili “amicizie” con gente che il giorno successivo è già dissolta nella memoria.Lo sanno tutti che la società attiva, prima che scoppiasse la pandemia mondiale, di fatto ricalcava la ipertrofica società del web: infiniti volti di uomini e donne che non dicono niente, se non per quella ristrettissima cerchia di “amici” selezionati e in seguito ignorati dagli abusi manipolatori di Facebook.


Più avanti negli anni: una romantica Pasqua veneziana con fidanzatina (andata e ritorno in giornata) in funereo abito scuro, camicia bianca e cravatta, a sospirare sul Ponte dei Sospiri e a soffrire per i primi caldi. Altra Pasqua a Trieste, nel grande ristorante della Birreria Dreher; cibi forti e birra a profusione, con i brindisi e i cori stonati di italiani, sloveni, croati, tedeschi; prosit! Poi una cena di addio al celibato di un mio cugino (il giorno dopo il matrimonio) in un casone delle Valli di Comacchio: anguille alla brace e trebbiano di Romagna fresco. Non sono alla fine mancate anche due Pasque internazionali. La prima a Siviglia per la Settimana Santa: cortei colorati, uomini e donne su cavalli impennacchiati, una gran folla e le funzioni religiose nella splendida Cattedrale, a sua volta protetta dall’imponente Giralda. L’ultima gita pasquale della memoria ha per teatro Dublino: una colazione al tramonto,con l’amore della mia vita, sulla terrazza della Birreria Guinness. Pane tostato e imburrato, delicato salmone e birre speciali, con negli occhi altri occhi e il rincorrersi di candide nuvole.
Libertas Dicendi n° 257 del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com














































