Marrakech ed i tesori nascosti

Molto interessante in una bella dimora signorile la visita al museo etnografico Dar Tiskivin fondato sulla collezione privata dell’ olandese Bert Flint appassionato della storia della Spagna mussulmana, della civiltà di Al Andalous e dell’incontro fra il Mediterraneo ed il Sahara. Capolavori di arte popolare come tappeti, capi di abbigliamento, oggetti di uso domestico, vasellame, gioielli, monili sfilano in bacheche o in ambientazioni secondo un viaggio immaginario in dieci tappe attraverso il Sahara e le regioni limitrofe, un percorso sulle tracce delle carovane che passavano da Agadez e Timbuctu. Il Sahara non è quel deserto vuoto che si immagina, focolai attivi di cultura e d’arte lo testimoniano, ma la desertificazione ha spinto molte genti ad emigrare influenzando costumi e modi di vivere dei berberi autoctoni del Marocco. Risulta che i popoli della diaspora sahariana nei paesi del Sahel e del Maghreb, fra cui berberi al nord e tuareg a sud del deserto, sono rimasti comunque molto legati alla grande tradizione del deserto in campo artistico e dell’ornamento corporale. L’arredamento degli ambienti e soprattutto l’addobbo ricco e raffinatissimo delle persone in cerimonie e feste collettive è l’occasione preziosa per esibire e confermare la propria identità ed il proprio gruppo di appartenenza.

Il Musée de l’Art de vivre invece, un tempo dimora del poeta maghrebino Ben Omar, segnalato dal blog di Paolo e che effettivamente non appare ancora sulle guide, propone arredamenti tradizionali e moderni e una mostra sul caffettano, il più significativo vestito locale. Donne musulmane ed ebree portavano la stessa tunica tranne che durante occasioni particolari come i matrimoni in cui le signore ebree indossavano caffettani a due pezzi (gilet e gonna svasata) con ricchi ricami di fili d’oro. L’uso di questo indumento risalirebbe alla Persia; arrivato nell’occidente mussulmano, fu arricchito dagli artigiani di Siviglia, Granada e Cordoba. L’eleganza delle donne andaluse pare fosse famosa. Approdato poi in Marocco in seguito alla cacciata di Spagna, il cafttano si impreziosisce ulteriormente dei tessuti, ricami e passamanerie degli artigiani locali. L’eleganza di un caffettano non è completa senza una cintura adeguata e senza le babbucce assortite in pelle o velluto. Da notare che contrariamente al loro uso attuale anche “esterno”, inizialmente le babbucce erano riservate all’intimità della casa ed alle cerimonie familiari.

Altra meraviglia il Museo di Marrakech restaurato e gestito dalla Fondazione Omar Benjelloun, (ricco industriale dell’automobile e mecenate culturale). Secondo la tipica pianta delle belle residenze della medina, il patio interno ne è il cuore intorno al quale si organizza la casa con i saloni, le cucine, l’hammam. Nel palazzo si organizzano mostre di arte contemporanea ed eventi culturali.

La stessa fondazione Ben Jalloun ha curato anche il restauro della Koubba el Barudiyn, costruzione che comprendeva la fontana per le abluzioni rituali e la cisterna che la alimentava e la Medersa ( madrasa) Ben Joussef, adiacente all’omonima moschea. La prima cosa che mi viene da pensare è che cristiani, buddhisti o mussulmani, i religiosi di tutte le latitudini si scelgono sempre dei posti bellissimi per studiare, pregare, meditare, la mia tribù purtroppo è sempre china sui libri in certi bugigattoli bui …..

La medersa Ben Youssef, bellissima costruzione del XVI° secolo in puro stile arabo-andaluso, al tempo la scuola coranica più grande di tutto il Marocco (al suo apogeo ha ospitato fino a 900 allievi) corrispondeva in certo modo ad una università dove venivano impartiti gratuitamente agli allievi meritevoli corsi di diritto, teologia, retorica. Da questa scuola sono usciti professori universitari, alti funzionari dell’amministrazione statale, filosofi. Ai lati del cortile due gallerie con le minuscole stanze degli studenti, come pure al primo piano. Dovunque rivestimenti murali di piastrelle colorate e ornate con motivi floreali e calligrafici.

La koubba el Barudiyin. A proposito del titolo di questo post: con fantasia galante pare che da queste parti vengano chiamate “i tesori dimenticati” le signorine senza marito che l’italiano risolve crudamente con un “zitelle”.

Testo e foto di Sara Nathan

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